Non credo di stupire qualcuno se dico che l’olio è un prodotto principe della nostra cultura. L’Italia è infatti il secondo paese al mondo per la produzione di olio extra vergine di oliva (evo) dopo la Spagna, ma rimane il primo per consumo. Nello scenario attuale in cui il mercato gastronomico esige sempre più qualità e competenza, il blendmaster si pone come una figura autorevole a metà tra lo scienziato e l’artista. E cercherò di spiegarvi perché.

 

L’attività del blending – come ho già spiegato in precedenza – consiste nell’accostare due o più oli con caratteristiche diverse, realizzandone uno in cui i pregi di ogni componente siano valorizzati ed esaltati. Soprattutto, la miscela così ottenuta deve risultare superiore alla somma delle sue parti, sia in termini di aromi che di sapori.

 

Detta così potrebbe sembrare piuttosto semplice ma, credetemi, non lo è affatto. È un’operazione che, oltre a precise competenze tecniche, richiede anche delle conoscenze di chimica e biologia. E come se non bastasse, deve considerare le peculiarità delle “materie prime” con cui opera: gli oli vergini ed extra vergini, infatti, cambiano continuamente nel tempo e presentano variabili non traducibili in semplici numeri. Per questo (e tanti altri motivi), non si può riassumere come l’aggiunta di un olio ad un altro nelle giuste percentuali, ma è decisamente qualcosa in più.

 

Nelle prossime settimane vi voglio raccontare – assieme ad alcuni miei colleghi – i segreti di quest’arte dalle mille sfaccettature, accompagnandovi in un colorato e intenso viaggio nella creazione di oli eccellenti.